Sostanze tossiche in cosmesi? I limiti del Biodizionario.

biodizionario

Tradurre in un linguaggio comune i nomi INCI degli ingredienti sull’etichetta di un cosmetico non è semplice. Ecco perché sono nate piattaforme come il Biodizionario, che, con il semplice sistema dei semaforini o pallini verdi, gialli e rossi, ci dà un’ idea dell’impatto ambientale della sostanza. Ne abbiamo parlato in un precedente articolo.

Purtroppo l’impatto ambientale di un ingrediente non è l’unica informazione che interessa ai consumatori. I limiti del biodizionario risiedono infatti:
– nella mancanza totale di una trattazione minima (chimica, dermocosmetica, tossicologica, ecologica) di quell’ingrediente: il consumatore non può sapere se una sostanza è rossa perché danneggia la fauna acquatica, o perché proviene da fonti non rinnovabili o perché ha dei problemi di tossicità nel passaggio transdermico attraverso la cute umana.
– nel fatto che, nell’assegnazione dei semaforini, vengano considerati quasi esclusivamente gli aspetti ecologici e tossicologici, e non è possibile dare una valutazione della qualità generale del prodotto, della sua efficacia, della compatibilità in base al tipo di pelle.

Gli esempi di tali limiti sono tanti, ad esempio esistono alcune sostanze rosse sul biodizionario che derivano dall’industria petrolifera ma che possono essere molto meglio tollerate dalla pelle rspetto ad altre sostanze verdi.
Una di queste è la paraffina.

Essa deriva dal processo di raffinazione del petrolio: certamente l’ idea di spalmarsi addosso un derivato petrolifero può sembrare poco gradevole per qualcuno, e molti suggeriscono di sostituirla con olii vegetali.
Ma analizziamo i dettagli: la paraffina o vaselina (la troviamo in INCI come paraffin, paraffinum liquidum, mineral oil, petrolatum, ecc.. – il nome cambia a seconda della consistenza solida, gelatinosa o liquida) utilizzata in cosmesi è la frazione più pura dell’olio minerale. Per legge deve essere infatti priva di qualunque impurità, come idrocarburi aromatici e metalli pesanti.

E’ usata da tempo in campo dermatologico e nei prodotti per bambini, sia perché è una delle sostanze meno irritanti che si conoscano, sia perché, grazie alla stabilità della sua struttura chimica, non interferisce con le altre sostanze (ad esempio i principi attivi usati nei farmaci topici in cui la vaselina è inserita). Protegge la pelle e mantiene il livello di idratazione pur non essendo tecnicamente un idratante.
In confronto, gli olii vegetali nutrono certamente di più, in quanto hanno una struttura più simile ai lipidi epidermici, ma hanno uno svantaggio: essendo ricchi di insaturazioni, si ossidano facilmente in presenza di enzimi, ossigeno, luce, metalli o calore, dando luogo alla formazione di perossidi o prodotti di decomposizione (irrancidimento) che possono essere molto irritanti per la pelle. Una bottiglia di olio di vaselina puro dura tantissimo tempo, mentre una bottiglia di olio di mandorle puro tende a mostrare molto presto l’odore sgradevole dell’irrancidimento, e nel caso si ossidi all’interno di un prodotto cosmetico, può deteriorarsi e interferire con le altre sostanze, se non è adeguatamente compensato da una certa quota di antiossidanti, filtri UV e da un contenitore non trasparente e non metallico. Anche gli stessi antiossidanti aggiunti per compensazione possono perdere col tempo la loro efficacia.
La paraffina in confronto non presenta nessuno di questi problemi e limitazioni, e riduce al minimo il rischio di allergie e sensibilizzazioni cutanee, grazie alla sua sostanziale inerzia chimica e alta tollerabilità cutanea.
Inoltre le stesse proprietà chimiche degli olii naturali, che li rendono più compatibili e nutrienti per la nostra pelle, fanno sì che molti di essi siano comedogenici (si accumulano cioè all’interno del follicolo e legandosi alle cellule morte contribuiscono alla formazione del comedone o punto nero) oppure acneidogenici (essendo insaturi, possono essere attaccati dagli enzimi epidermici, e i relativi prodotti di decomposizione risultano irritanti e possono causare l’infiammazione e il rossore tipico del brufolo).

Un altro grosso limite del biodizionario è il fatto che non può considerare sempre l’ origine delle sostanze: la stessa sostanza può essere di origine vegetale, animale o sintetica.
Facciamo degli esempi:

  • la glicerina è verde sul biodizionario, ipotizzando l’origine vegetale, ma può essere anche di origine animale o sintetica, e in questi ultimi due casi dovrebbe essere rossa.
  • il glicole butilenico e pentilenico: molte aziende di materie prime li producono per via sintetica, ma alcune li ricavano da fonti vegetali. Il biodizionario li etichetta in rosso, non potendo assegnare allo stesso nome INCI un pallino rosso, se è sintetico, e verde se è di origine vegetale.
  • lo squalene, rosso sul biodizionario perché “potrebbe” essere di origine animale (un tempo si estraeva dagli squali), ma oggi nella maggior parte dei casi in cosmesi si usa lo squalene vegetale. Ma un consumatore che vede il semaforo rosso potrebbe pensare che lo squalene sia da evitare, e magari non sa neanche perché (“potrebbe essere animale? Potrebbe essere tossico pe me? Potrebbe danneggiare l’ecosistema?”) quando invece è una sostanza che rispetta l’ambiente e la pelle e dovrebbe essere un doppio verde, visto che molto spesso si usa lo squalene vegetale. Ma l’INCI è sempre squalene ed il biodizionario non può fare un distinguo per TUTTE le sostanze in base all’origine, anche se la cosa corretta sarebbe appunto distinguere…

Altro limite si ha per le impurezze, facciamo due esempi: il talco e gli estratti vegetali.

  • Il talco nel biodizionario possiede un bel doppio bollino verde. Il talco si estrae dalle cave quindi non si tratta di una fonte rinnovabile, per cui il doppio verde per me è eccessivo, al massimo avrei messo un singolo verde o meglio un giallo, se dobbiamo pensare agli aspetti ecologici.
    Inoltre il talco, presente in moltissimi prodotti in polvere per il make-up (ciprie, ombretti, blush, ecc…) può contenere metalli pesanti. E’ chiaro che qui la sensibilità di utilizzare un talco purificato spetta al produttore, così come ai NAS spettano i controlli: sarebbe impossibile, per il biodizionario, assegnare un verde al talco puro, un giallo a quello meno  puro, un rosso a quello contaminato… l’INCI è sempre talc, e il biodizionario deve riferirsi alle sostanze pure.
  • Gli estratti vegetali, ovviamente a doppio verde sul biodizionario. Per estrarre le sostanze funzionali dalle piante si utilizzano acqua o solventi. Alcuni di questi solventi non possono essere considerati ingredienti cosmetici ammessi, per via di alcune problematiche tossicologiche, e devono essere rimossi, anche se, spesso, la rimozione non è completa, e possono rimanere tracce indesiderate. Anche in questo caso spetta al produttore garantire l’assenza di impurezze, e alle autorità eseguire i controlli: dal biodizionario non si può di certo evincere la purezza di un estratto.
    Per non parlare del fatto che molte sostanze vegetali, apparentemente innocue e certamente verdi sul biodizionario, possono scatenare violente dermatiti se si è allergici a quella sostanza.

Ultimo punto è il discorso dell’ efficacia: un cosmetico può elencare in etichetta 20 sostanze verdi, magari quasi tutte vegetali, di cui la prima è l’acqua, che può essere contenuta in quantità superiori al 95%: tutte le altre 19 sostanze possono essere quindi, nel loro complesso, inferiori al 5%… In questo caso l’efficacia del prodotto potrebbe essere quantomeno discutibile, visto che esso, per la maggior parte, è “acqua fresca”.

Riassumo dunque dicendo che la qualità di un cosmetico non dipende solo dall’elenco delle sostanze in esso contenute e dai relativi pallini verdi o rossi. La qualità dipende dalla competenza del formulatore, dalla scelta degli ingredienti, dal tipo di pelle a cui è destinato, dalla serietà ed esperienza dell’azienda, dal tipo di comunicazione con cui si interagisce con il consumatore, dalle eventuali certificazioni. Un buon cosmetico è l’insieme di tutte queste qualità e molto altro ancora.
Il sistema del biodizionario evidenza i suoi limiti nel non dare una spiegazione delle sostanze, nel non considerare tutti gli aspetti legati alla produzione o all’uso di un determinato ingrediente, nel non poter, di fatto, valutare una formulazione nel suo complesso e soprattutto nel non poter dire se il prodotto è efficace e se è adatto al proprio tipo di pelle, che è forse la cosa che interessa di più all’utente finale.
E’ comunque, come abbiamo detto nell’intervento precedente, un buon punto di partenza per stimolare il consumatore, attento agli aspetti ecologici del cosmetico, ad approfondire.

Diana Malcangi, Chimico Cosmetologa

Studio Coré per Elicina Italia